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Quando sento parlare di musica colta mi viene un sussulto. Anzi, mi arrabbio proprio. Perché cos’è l’altra musica, incolta? Non è fatta anche quella di accordi melodie e ritmi spesso complicati che richiedono tanto studio e tanta dedizione? Non è bellissima, poetica, profonda, ricca di emozioni anche quella?

Certo che lo è. Quella che vorrebbero definire implicitamente musica ‘ignorante’ è la stessa che accompagna le nostre giornate. Quella sulla quale ci innamoriamo, che piazziamo a commento dei video dei nostri momenti spensierati. Quella che ci riporta alla mente i ricordi più belli, che suscita emozioni infinite. Ed è anche quella che fa girare una quantità di denaro esorbitante, il cuore di un settore economico – quello creativo – che oggi, come certificato dallo studio Italia Creativa, produce più del 3% del PIL nazionale.

I due ultimi governi (Renzi e Gentiloni) hanno fatto molto per la cultura. Il solo metterla nelle priorità dell’agenda è stato un passo da gigante, e si sta proseguendo in quella direzione. Però si sente ancora poco parlare di musica in generale e soprattutto di musica moderna (e come diavolo bisogna chiamarla? mah), nonché delle arti sceniche nel loro insieme.

Il problema è che nella percezione generale per fare questa musica non si deve studiare. Fare questa musica è divertente, quindi non sono previsti sacrifici né fatiche. E, allora, si tratta di musica leggera, non colta e via così. Ma non è vero. Nella musica moderna c’è tanta bellezza e la bellezza va difesa sempre. Nella ormai lunga storia della musica popolare ci sono melodie meravigliose, armonie sognanti, ritmiche sensuali. Ci sono brani che sono diventati classici, che tutti amiamo. Capolavori, insomma.

Capolavori. Per creare i quali servono talento, genialità, sensibilità, ma anche competenza e professionalità. Capolavori che, come tutti gli altri, hanno bisogno di attenzione e tutela. Le opere della musica popolare e moderna (per chiarirci: pop, rock, jazz, elettronica, folk…) hanno bisogno di essere valorizzate. Devono essere messe al pari di tutta l’altra musica, che – diciamolo – ora inizia forse ad essere anche inferiore in quantità, ma che tuttavia continua ad essere l’unica considerata dal legislatore. A livello istituzionale si dimentica troppo spesso e si parla troppo poco della musica che la maggior parte di noi ascoltano di più e di tutti coloro che lavorano per crearla.

Forse una causa è da ricercare nel fatto che in Italia non esistono scuole di musica moderna, non esiste una formazione professionale ‘autoctona’ in questo settore. Dico autoctona perché in realtà non è corretto dire che non esistono: ci sono istituti privati che hanno importato corsi dall’estero, ma sarebbe fantastico se questi corsi fossero istituzionalizzati nel sistema italiano. Questo è il sogno.

L’auspicio è dunque che le istituzioni voltino un po’ il viso da questa parte, che ascoltino le centinaia di migliaia di professionisti del settore. Che inizino a capire la realtà delle cose e a realizzare che si tratta sempre e comunque di arte, di cultura. Ecco, forse ciò che serve è proprio una rivoluzione culturale, un cambio di mentalità su tutti i fronti e a tutti i livelli, non ultimo quello dei musicisti stessi. Parliamone, discutiamone. Pubblicamente, continuamente. E’ importante.

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