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Sono nata e cresciuta a Verona, la città di Romeo e Giulietta.
Ecco, a dire il vero mi imbufalisco, quando la sento chiamare così, perché quella definizione porta una rappresentazione della tragedia shakespeariana che è sostanzialmente mistificata (e anche, diciamolo, perché la città ha meraviglie ben più radicate nella storia da mostrare al mondo).

Romeo and Juliet è un capolavoro assoluto, che va ben al di là della ‘storia d’amore senza tempo’. E’ un crescendo compositivo che mescola magistralmente il linguaggio triviale della commedia con quello, via via sempre più greve e solenne, della tragedia. La Balia è coloratissima portatrice del piglio volgare e sguaiato della commedia più schietta, e della sua popolana saggezza; Mercuzio cesella versi e dipinge visioni, quasi fosse la voce stessa del bardo; il primo incontro dei due giovanissimi amanti alla festa dei Capuleti è scritto in sonetti, nel perfetto stile cortese. E non dimentichiamo l’emozionante sviluppo dei due protagonisti: Romeo, sciocco e immaturo ragazzino, che in quei pochi giorni cresce e si fa uomo per vivere appieno il proprio amore, per proteggerlo e cercare (invano) di dargli un futuro; Giulietta, più assennata e fin da subito adulta e responsabile, è eroina di coraggio e profonda bellezza, donna libera e indipendente capace di iniziativa.

Tutto piuttosto lontano dal racconto merceologico e sdolcinato che oggi la mia città fa di questa storia immensa. Tutto molto più profondo e creativo, come profonda e creativa è in generale l’opera di Shakespeare.

Io ricordo con emozione i tempi dell’università in cui ogni anno ci veniva assegnata una sua tragedia o commedia; ricordo la maestosità di Antony and Cleopatra, ad esempio, e l’intrigante intreccio di Measure for Measure.

E poi ho negli occhi la magia del Midsummer’s Night Dream visto a Regent’s Park in un assolato giorno di luglio; la sorprendente bellezza di un Giulio Cesare al Teatro Romano di Verona, con il fantasma che ci ha colto alle spalle gridando “Ci rivedremo a Filippi!” dalla porta della chiesetta dei SS: Siro e Libera. L’assoluta perfezione di Hamlet in tante versioni, dall’assolo teatrale di Gabriele Lavia alla perfetta rivisitazione cinematografica di Kenneth Branagh (di cui vanno ricordate tante altre opere, ma qui cito il bellissimo Much Ado About Nothing con Denzel Washington e cast stellare). Arte che genera arte.

Un teatro che si è evoluto e continuerà a farlo, perché le sue storie sono eterne e quindi sempre moderne; quel Globe ricostruito sulla South Bank londinese è lì a ricordarcelo – ed è una visita che non dovete perdervi, se andate a Londra: per me una delle più emozionanti nella capitale.

Insomma, non solo l’amore raccontato con grandi cuori rossi sparsi per la nostra città; William Shakespeare ha esplorato l’animo umano in tutte le sue sfaccettature, anche (soprattutto) in quelle più terribili. Ha descritto luoghi dello spazio e del tempo con impareggiabile vividezza, ha creato personaggi memorabili regalandoci un’ampia gamma di caratteri di ogni risma ed estrazione, ha magistralmente analizzato ogni tipo di relazione umana.

Allora grazie, genio britannico, per questi più di quattrocento anni di arte ed umana bellezza e per tutto ciò che ci darai modo di creare in futuro. Con l’augurio che tutti, sempre, ti leggano, ti studino e vengano ad applaudirti.

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