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Uno dei temi di attualità di questa calda estate 2015 è sicuramente la piaga del caporalato nelle campagne italiane: un sistema funesto e profondamente ingiusto del quale finalmente ci si sta iniziando ad occupare. L’augurio è che i provvedimenti che saranno adottati siano efficaci e risolutivi, e lo siano in tempi brevi.

Poi (anzi, magari anche prima) il lavoro di chi vuole abbattere le ingiustizie dovrà volgersi verso un altro settore, le cui condizioni non sono molto migliori: quello dello spettacolo, della musica in particolare.

Chi di noi non è mai andato ad una sagra di paese, ad un festival di giovani promesse del rock o ad una rassegna teatrale all’aperto? Tutte iniziative bellissime, che danno vita alle nostre serate, creano aggregazione e cultura e hanno un valore sociale davvero elevato. Eppure, nessuno si pone il problema di quanto costi realizzarle. E costa tanto.

O meglio, costerebbe tanto. Il condizionale è d’obbligo perché in realtà tutte le sopracitate iniziative, di cui le nostre estati non potrebbero fare a meno, sono fatte al risparmio su ciò che ne costituisce il cuore pulsante: la musica, lo spettacolo. Tale esigenza di risparmio s’impone agli organizzatori per il fatto che per quel servizio (il concerto o il ballo o la rappresentazione teatrale) l’utente finale non paga. Nessuno obietta quando alla cassa battono uno scontrino (a volte anche salato) per birra e salamella, ma provate a vedere la faccia di chi fosse fermato all’ingresso da un cartello “Concerto € 5,00”. Bruttissima, scontentissima faccia.

E allora quello diventa un costo vivo che si ripaga solo con la vendita delle birre e delle salamelle e in quanto tale deve essere il più basso possibile. Gli artisti vengono pagati poco e quasi sempre in nero, perché tasse e previdenza sarebbero impossibili da sostenere; quanto al service audio e luci, si cerca quello che costa meno, e poco importa se i tecnici sono pagati 30 euro per 16 massacranti ore di lavoro e per una competenza acquisita con sacrificio e ore di studio. Naturalmente anche loro in nero; benché il palco sia uno degli ambienti più pericolosi, non ci si preoccupa di previdenza ENPALS né di assicurazioni, spesso nemmeno delle basilari norme di sicurezza.

Provate ad andare alle feste dietro casa vostra, osservate. Osservate chi suona, chi gestisce il mixer, chi monta i fari. Guardate se indossano scarpe adatte e guanti, chiedete loro se emettono fattura o se sono pagati cash alla fine della serata. Chiedete pure loro a che ora sono arrivati lì e a che ora se ne andranno; o quanta strada hanno fatto (a loro spese) per arrivarci.

Il fatto che queste persone lavorino in condizioni impossibili non è preoccupazione di nessuno. La gente comune non lo sa; chi lo sa, lo considera normale. “Tanto non è un lavoro, si divertono”. E molto pochi sanno discernere un professionista da un dilettante, chi lo fa di mestiere e di questo vive da chi invece lo fa per hobby, la musica e l’audio di qualità da performance scadenti.

Ecco, allora, che si rende necessario – lo è da tempo – occuparsi dello sfruttamento del lavoro in un settore che è economicamente enorme e, nonostante ciò, privo di regole, anche quando si sale ai livelli dell’industria nazionale e ‘di quelli famosi’. E’ necessario creare la cultura nel pubblico e fare sì che tutti pensino che lo spettacolo e l’intrattenimento valgono la spesa di qualche spicciolo. E’ necessario valorizzare la professionalità e promuovere la formazione. In sostanza, fare giustizia.

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