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Quando ho letto per la prima volta il piano de La Buona Scuola, ho immediatamente pensato: “Evviva! Finalmente ci si avvicina al nostro modello”. E con ‘nostro’ intendo quello britannico: nella mia scuola, infatti, che formalmente è un’associazione culturale, insegniamo corsi di diploma professionali BTEC importati dal Regno Unito.

Sono qualifiche vere, inserite nello European Qualification Framework (livelli 4 e 5); percorsi efficaci, estremamente moderni nell’approccio, proiettati verso obiettivi futuri, ovvero la preparazione di professionisti che sappiano gestire la propria attività in un mondo del lavoro fluido, che richiede intraprendenza, creatività e coraggio.

I nostri studenti (ragazzi che vanno in media dai 17 ai 25 anni) sono generalmente entusiasti: non solo perché studiano materie che rientrano nell’ambito delle loro passioni, ma anche perché sanno che il corso che frequentano garantisce qualità a tutti i livelli. La loro preparazione, i metodi di insegnamento, il sistema didattico totalmente digitale, la vita scolastica: tutto è sottoposto a costante controllo e revisione, in un ambiente sereno ed estremamente collaborativo.

Il team di docenti lavora in sinergia e si sottopone a verifiche periodiche, sia interne che esterne. Tutti gli insegnanti, prima di consegnare un lavoro (assignment) alle classi, lo fanno controllare e controfirmare da un collega; al termine di ogni trimestre si fa un giro di verifiche incrociate sui lavori corretti. Controlliamo che i commenti siano appropriati, che le regole del corso (dettate da Pearson, l’ente accreditante) siano rispettate, che lo studente riceva quanto di meglio per poter progredire.

Due volte all’anno, poi, subiamo una verifica da Pearson stessa: un ‘ispettore’ arriva dal Regno Unito e controlla che la scuola lavori con la dovuta formalità, che gli studenti ricevano l’attenzione di cui hanno bisogno, che l’insegnamento sia efficace e che tutte le procedure siano seguite a dovere. Parla con lo staff, parla con gli studenti; verifica scrupolosamente un buon numero di lavori corretti. Alla fine, redige un rapporto dettagliato, fornendo chiare indicazioni su eventuali azioni correttive e/o migliorative.

Siamo una realtà piccola, privata; nessuna garanzia contrattuale, nessuna certezza, ma tanta passione e tanto amore per il nostro lavoro e per i nostri ragazzi, ai quali cerchiamo di dare il meglio di noi. Soprattutto l’esempio. E nessuno di noi si sente sminuito dall’essere continuamente controllato; anzi, sappiamo che ogni volta che uno studente si dimostra contento, o fa pubblicità alla scuola (e succede spesso), è proprio perché il sistema non permette falle e ogni volta che se ne riscontrano, si passa subito all’azione.

Non siamo perfetti e siamo sempre passibili di errore. Per questo apprezziamo l’idea che non siamo soli, che qualcuno ci controlla, ci permette di correggere e di puntare sempre al meglio.

Ecco perché davvero non comprendo l’ostilità che in queste ultime settimane ho letto in tanti post arrabbiati, gli insulti che anch’io ho ricevuto, ogniqualvolta ho lodato il tentativo di avvicinarsi a questo sistema efficiente che io applico da ormai 14 anni. Nel Regno Unito la scuola funziona come un’azienda: ogni istituto è autonomo nelle decisioni, con l’unico obbligo di rispettare le linee guida dettate dal governo. E il merito è un valore assoluto, proprio perché soggetto ad un sistema di verifica ferreo.

Migliorare, migliorare sempre, per garantire a chi ripone in noi tutta la propria fiducia, la propria crescita e di fatto la propria vita un avvenire non privo di difficoltà, ma affrontabile con gli strumenti migliori. Questo dev’essere, per me, la Buona Scuola: quella in cui i ragazzi sono felici di stare, insieme, e dalla quale dobbiamo mandarli via la sera. E sono certa che ce la faremo, se avremo tutti il coraggio di fare un vero passo verso il cambiamento.

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