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Avevo diciotto anni quando molti tra i miei artisti preferiti salirono sul palco del mitico Wembley Stadium per reclamare la liberazione di Nelson Mandela, allora al suo ventiseiesimo anno di carcere. Di lì a poco mi sarei iscritta ad Amnesty International, adoperandomi al suo interno attivamente per i sette anni successivi.

Eravamo una generazione affezionata alle grandi cause. Fin dal memorabile giorno del Live Aid, progetto che diede il via all’ondata di ‘rock umanitario’ che ha sfornato capolavori immortali, ci siamo sentiti tutti parte di un movimento globale di impegno sociale che ci ha portato ad informarci, a conoscere storie lontane da noi, a condividere ideali, sogni e speranze. Spesso, com’è capitato a me, anche a darci da fare.

Oggi che ho ritrovato l’entusiasmo di quell’impegno e la visione di quelle speranze sento ancora più forte la scomparsa di Mandela. Un uomo coraggioso e generoso, che per noi è stato anche un simbolo e soprattutto un esempio. La sua figura giganteggia perché grazie a lui tanti si sono sentiti degni di contribuire alla storia. Tanto da chiamarlo “Tata”, padre: l’amorevole progenitore di una patria rinata, liberata dall’oppressione e dalla diseguaglianza.

Per me Mandela rappresenta la grandezza degli ideali, quel qualcosa di inspiegabile che ti dà una sensazione di vastità, di luminosità e di condivisione. Credo di non essere nemmeno in grado di descrivere la bellezza del sentirsi in tanti e ovunque, dell’essere partecipi di momenti unici e irripetibili. Non smetterò mai di sognare né di battermi per gli ideali universali, per le questioni di principio e per i valori della vita sociale e questo lo devo a quel periodo fantastico in cui la musica si è fatta portavoce della speranza e ha anticipato quel ruolo di unione che oggi hanno i social network.

Dal 5 dicembre si sono susseguiti tanti discorsi, tante immagini. Ricordi, aneddoti, elogi. I suoi molti aforismi che riecheggiano sui siti internet e nei talk show, il suo sorriso buono che sembra non volerci lasciare mai. Ho aspettato un po’ a salutare Mandela, ho voluto rifletterci, ma ci tenevo davvero tanto a dire: grazie, Madiba.

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