Unknown

“Che lavoro fai?”
“Musicista”
“Sì, ma…di lavoro?”

Questa conversazione ricorre spesso, nel mio mondo, e mi viene in mente ogni volta che inizia il concerto del 1° maggio. Un evento che per me rappresenta l’incoerenza dei sindacati, che celebrano il giorno del Lavoro facendo lavorare una categoria di cui non si sono mai occupati.

I musicisti – e con loro tutti gli operatori dell’industria musicale, dai fonici ai rigger etc – non godono di alcun riconoscimento contrattuale, fiscale o previdenziale. La conversazione citata sopra diventa drammaticamente vera nel momento in cui la professione musicale viene vista sotto l’aspetto formale: non esiste un inquadramento lavorativo sensato (né da libero professionista, né da dipendente), la previdenza è regolamentata talmente male che è diventata praticamente un intralcio, pertanto elusa.

Grazie alla recente riforma del lavoro del ministro Fornero, anche le poche possibilità di lavoro ‘normale’ sono sfumate: per le scuole private è diventato impossibile assumere gli insegnanti di musica con contratti consoni ad un lavoro estremamente flessibile e autogestito. Io adesso sono assunta part-time a tempo indeterminato, sulla mia busta paga c’è scritto ‘impiegata’ (senza nulla togliere a quella categoria, ma io faccio un altro mestiere) e ogni mese devo scervellarmi per fare rientrare il mio lavoro complesso e variegato in parametri insulsamente rigidi.

Mi piacerebbe che il nuovo governo si occupasse di noi. Che i miei colleghi musicisti non dovessero andare a suonare senza tutela alcuna (se piove, salta la data e tu non vieni pagato, punto), retribuiti in nero, 100 euro per stare via in media 8-10 ore e senza mai contare le ore di studio, prove, viaggio. Vorrei che i miei colleghi insegnanti non dovessero diventare matti ogni anno per decidere quale forma contrattuale è la più simile a ciò che fanno: abbiamo bisogno di libertà e flessibilità, se salta fuori un concerto dobbiamo rimandare le lezioni, le faremo un altro giorno; sarebbe bello, magari, avere una partita IVA snella, facile da gestire, che non ci imponga di pagare l’INPS e anche l’ENPALS per poi non avere né indennità di malattia né pensione.

Ecco, signori sindacati, a voi di tutto ciò non è mai importato. Vi battete per il posto fisso, per l’articolo 18, per assurde imposizioni sulle spalle degli imprenditori, ma lo fate solo per categorie che ormai sono una minoranza. Il popolo degli autonomi, di chi fa lavori vari e variabili è vasto e ha bisogno di attenzione. Serve una legge sul lavoro che renda semplice per tutti essere in regola, gestire la propria attività con correttezza e facilità, avere un supporto previdenziale serio ed efficace.

Serve una vera considerazione per tutti coloro che oggi stanno rendendo possibile quel palco. Sono lavoratori come gli altri. E tutti, ma proprio tutti, inclusi coloro che un lavoro neanche ce l’hanno, possono fare a meno degli anacronismi e delle forzature di chi si rifiuta di vedere il mondo post-novecentesco. Oggi voglio dire: meno vincoli, più opportunità.

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