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Nel suo libro “Un Grande Paese” (2011) Luca Sofri fa una pregevole riflessione sul valore della comunità, che, secondo lui, in Italia è stato soppiantato dal valore della famiglia (a causa del cattolicesimo, ma poi qui ci sarebbe tutta un’altra riflessione da fare, perché una religione dove tutti si appellano ‘fratelli e sorelle’ in realtà dovrebbe avere una visione di famiglia allargata – comunità – molto potente).

La questione è fondamentale: secondo il ragionamento, noi saremmo troppo focalizzati sulla famiglia come cellula sociale e non avremmo, come invece i più ‘rigorosi e concreti’ protestanti, il senso più ampio della comunità. Il fatto che io debba insegnare ai miei studenti il lavoro di squadra e che a volte riscontri delle difficoltà mi porta a riscontrare la correttezza di questa analisi.

Partiamo dal dato di fatto: gli italiani in generale non sono avvezzi a sentirsi comunità e nella cultura dominante prevalgono gli individualismi. Il valore di base non è “uniamoci per fare le cose in modo efficace ed efficiente”, bensì il costante tentativo di emergere, di competere, di assumersi meriti e di imputare colpe. Quando una squadra sbaglia, ciò che conta non è tanto il colpevole, ma il motivo dell’errore, e tutti si lavora per rimuoverlo. Il colpevole resta, magari imparando a non sbagliare più. Tutti insieme.

La famiglia è un valore importante, negli affetti e nella vita di ciascuno di noi, ma non può essere la base della società, anzi: a volte contrasta l’inserimento nella comunità (vedi i cosiddetti ‘bamboccioni’). La famiglia è l’incubatrice dell’individuo, che poi deve essere in grado di esprimere la propria personalità in un ambito più grande, dove quelle capacità e qualità e quel valore che la famiglia ha contribuito a forgiare possano essere messi al servizio di tutti.

Alcuni esponenti del centrodestra hanno lamentato l’assenza della famiglia nel discorso di insediamento del Presidente della Camera Laura Boldrini. Ecco, questo è il punto. Lei ha parlato della comunità, non dimenticando l’importanza di essere padri e figli, ma mettendo al centro l’essere cittadini e la necessità di occuparsi di tutti, dei primi come degli ultimi. L’andare tutti verso una stessa direzione, che è quella del bene comune. Ognuno secondo le proprie competenze, perché solo così il risultato può essere eccellente.

E’, quindi, necessario smarcarsi dal concetto più ‘bigotto’ e opportunistico di famiglia per aprire la nostra società ad un valore ben più ampio, teso alla comprensione dell’altro e alla collaborazione, al sentirsi davvero parte della società, non di una piccolissima parte di essa.
L’unione fa la forza, la divisione no.

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